Api: storia e funzioni nell’antichità

L’uso umano dei prodotti derivati dall’attività delle api, risale all’antichità, come dimostrano alcune fonti. A Valencia è stata trovata una pittura rupestre neolitica risalente al 5000 a.C. che mostra come veniva raccolto il miele. Mentre, nello Zimbabwe è stato trovato un dipinto preistorico in cui è raffigurato un uomo che affumica un nido d’api per estrarne il miele.

Storicamente, il primo apiario nacque prelevando uno sciame dal tronco di un albero, ma solo in seguito vennero creati i primi alveari artificiali ricavati dalla scorza di sughero e da tronchi cavi.

Si stima che la nascita dell’apicoltura come attività vera e propria sia avvenuta in Egitto durante l’Antico Regno. L’attività con il passare del tempo ha acquisito un significato simbolico e di potere, poiché, secondo una leggenda egiziana, l’ape nacque dalle lacrime del dio Ra. Per questa ragione l’apicoltura divenne il simbolo del regno, il cui monarca era “colui che regna sul giunco e sull’ape”.

Con il passare dei secoli, l’apicoltura divenne un’attività sempre più rilevante dal punto di vista economico e sociale. 

Nell’antica Roma l’apicoltura era praticata assiduamente e la sua funzione principale era la produzione di miele che veniva usato come dolcificante o come ingrediente per la preparazione di dolci e vini aromatizzati. In questa epoca le arnie erano fatte con vimini di forma rotonda ed erano provviste di chiusure mobili per favorire la raccolta dei favi. Inoltre, venivano rivestite sia all’interno che all’esterno di letame bovino misto a cenere o alla calce e lasciato essiccare per eliminarne l’odore. La terracotta era un materiale poco utilizzato per costruire arnie, non garantiva le proprietà isolanti necessarie alle api.

Durante il periodo medioevale, vennero scoperti nuovi territori e cominciò ad essere importato lo zucchero.  Nonostante fosse considerato un dolcificante di lusso, l’apicoltura subì un brusco calo di produzione. In queste condizioni l’allevamento delle api divenne un’attività svolta prevalentemente dagli ordini monastici data la loro necessità di creare candele e ceri per le chiese, mentre il consumo di miele veniva effettuato dai contadini, i quali prelevavano il miele ed i sottoprodotti apiari dopo aver eliminato gli impollinatori dal favo.

 

Fino al 1500, all’inizio dell’estate l’apicoltore catturava degli sciami e li poneva all’interno dell’arnia. Al termine dell’estate egli uccideva le api di quasi tutti gli alveari bruciando dello zolfo, asportava i favi e procedeva all’estrazione del miele tramite filtrazione. In autunno, l’apicoltore alimentava gli alveari risparmiati per poter garantire la sopravvivenza delle api durante l’inverno.

Nel 1568, Nickel Jacob pubblicò un libro sull’apicoltura frutto di nuove osservazioni: egli notò che una colonia, con una covata o con uova di operaia giovane, potesse allevare un nuovo leader della colonia (si credeva che l’ape regina fosse un maschio). Inoltre, Jacob scoprì che se un alveare fosse stato posto in un luogo nuovo, le api avrebbero imparato la loro localizzazione volando nei dintorni.

Con l’avvento del Rinascimento, in tutta Europa vennero ripresi gli studi sulle api avvalendosi dell’aiuto del microscopio, consentendo così uno studio approfondito del profilo morfologico ed anatomico. Grazie agli studi effettuati durante il periodo rinascimentale avvenne la scoperta dei tratti fondamentali delle api che conosciamo tutt’oggi; ad esempio, si scoprì che l’ape “leader” era in realtà un’ape regina di sesso femminile, i fuchi erano individui appartenenti al sesso maschile e le api operaie appartenevano al sesso femminile.

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